Il papà e il fratello dell’attore israeliano Raz Degan si trovano ancora in Israele. Spesso al centro di vicende di gossip, ospite di trasmissioni per affrontare argomenti leggeri, stavolta l’ex di Paola Barale si è trovato costretto ad aggiornarci sul tema del momento: la guerra scoppiata in Medio Oriente. Soprattutto sulle condizioni della sua famiglia, in terra di guerra.
Il papà non lascia il proprio kibbutz. Cos’è? “Un kibbutz è un grande campeggio in cui ci sono 500 famiglie e lavorano insieme – spiega -. Io sono nato lì, al confine della Siria”. Raccontandosi: “Io da piccolo stando al Nord le guerre erano la e per me i giochi erano gli ordigni”. Il rumore delle bombe era stata una costante della sua infanzia. Stavolta però le cose sono più gravi del solito: Raz Degan fa l’esempio dell’Olocausto durante l’intervista. “Stavano festeggiando per la pace. Sono stati bruciati vivi, decapitati, questa non è guerra, loro non avevano armi”. Dove si arriverà? “Il sangue porta sangue”, risponde glaciale l’attore.
L’intervista
“Come va? – chiede Silvia Toffanin a Verissimo – Tu sei israeliano, nato e cresciuto lì. Credo che per te siano giorni brutti”. Degan trattiene a fatica le lacrime, che poi ad un certo punto vengono giù e bagnano il suo viso teso. Replica alla conduttrice: “Lo è per l’umanità intera – un momento terribile (ndr) -. In Israele è un incubo, era dai tempi dell’Olocausto che non avveniva una cosa così grave. Io sono uno di quelli che hanno sempre creduto nella pace dell’umanità, a prescindere dal calore, dall’anima e dalla religione delle persone. Ho lavorato con l’UNHCR per aiutare i bambini – l’Agenzia ONU per i Rifugiati, che protegge e assiste le persone costrette a fuggire a causa di guerre e persecuzioni in tutto il mondo (ndr) -, ho donato i miei soldi per i bimbi siriani. Se possibile, contribuisco a cambiare il mondo. E vedendo che purtroppo la pistola e la spada oggi sono più forti della voce del cambiamento… fa male, fa male all’anima. Non riesco a immaginare che siamo arrivati a questi livelli. Non è umano”.
Silvia: “Tu hai lì ancora dei tuoi parenti. C’è tuo papà, c’è tuo fratello: vivono ancora in Israele. Li hai sentiti? Che dicono?”. Risposta: “Mio padre ha 80 anni. Il nostro kibbutz è stato evacuato lui non lascia la casa. La gente del popolo non c’è più lì, ma lui rimane a casa. ‘Sono a casa mia, non ho altro posto dove andare’, mi dice”.
Ma se il papà non è riuscito a convincerlo, qualcuno che raggiungerà l’attore c’è: “Mio padre non sono riuscito a convincerlo a venire, ma la mia sorellastra, che ha 4 figli, viene a casa mia stasera”. Ma non è stato facile “portarla qua, perché non ci sono più i voli”.
“La moglie del fratello di mio fratello è mancata, era una delle ragazze che sono andate a ballare al rave a Israele per la pace: è passata già una settimana”. Ed ancora: “Noi ebrei, quando muore qualcuno, per 7 giorni stiamo a casa. Ora sono passati 7 giorni e i genitori di quella ragazza non sanno che fine ha fatto perché tanti cadaveri non sono riconoscibili. Molti aspettano notizie delle persone sequestrate ma non ci sono”.