Quante volte abbiamo assistito a scene da film in cui la lei (più frequente) o il lui di turno invitano il partner all’insulto: “Insultami, offendimi”. Per carità, ci passa un oceano tra un insulto e una parolaccia, ma in un certo senso il meccanismo mentale che si innesca potremmo definirlo simile. A letto, in intimità con la persona amata, ogni tanto può essere eccitante fare uso del turpiloquio. In gergo tecnico la pratica è chiamata “dirty talk”, non ci vuole un genio a comprenderne il significato. Da quanto riferisce una esperta e terapista sessuale di nome Nes Cooper, un linguaggio sconcio stimola diverse zone del cervello che contribuiscono al piacere.

Le prime sostanze rilasciate dal cervello sono la dopamina e l’ossitocina, i famosi ormoni del benessere. Non è solo questione di parole, anche di toni, modi ed espressioni precise: “Per esempio, parole e frasi sussurrate – o aggiunte a sospiri e gemiti – possono avere una maggiore possibilità di eccitare qualcuno, piuttosto che un turpiloquio più forte che per alcuni può risultare un freno”. Non è una gara di volgarità, dunque, ma di selezione accurata della parolaccia da pronunciare. Tra gli effetti benefici della procedura sessuale c’è anche il fondamentale ruolo del testosterone, che entra in gioco subito.

C’è un chiaro discorso di soggettività da tenere conto: parliamo di persone che si scandalizzano con poco e chi ha bisogno di un linguaggio da un approccio decisamente poco ‘soft’. Secondo lo studio, anche praticare il dirty talk per telefono è positivo: sia per una questione di autoerotismo, sia in previsione di un incontro di lì a breve con il partner. “Grazie al rilascio di vari ormoni, parlare sporco può aiutare a ridurre lo stress, a far sentire l’esperienza più connessa e sicura e persino ad attivare le aree del cervello necessarie per il climax”. Dunque, parlate sporco ogni tanto se la vostra relazione sentimentale è ad un punto fermo e necessita di uno scossone, magari è proprio una parolaccia l’aspetto che può riaccendere la fiamma dell’amore.

Continua a leggere su Chronist.it