Per una fake news diffusa sui social, il locale – che nel 2011 era di proprietà dei parenti dell’ex di Giulia Cecchettin – è stato bombardato di ingiurie
Bufera sull’ex ristorante della famiglia Turetta. La gogna mediatica nei casi di cronaca particolarmente sentiti dall’opinione pubblica rappresenta spesso un problema per le indagini. Ma può diventare pericolosa anche per le vite di chi, in quei casi, è coinvolto solo marginalmente. O, addirittura, per nulla. È quello che sta accadendo alla famiglia Fesio, proprietaria del ristorante ‘La Cicogna’ a Torreglia, nel Padovano. Il locale è stato preso di mira a causa di un equivoco enorme nato dal fatto che quell’attività, nel 2011, apparteneva alla famiglia di Filippo Turetta.
Sui social si è infatti diffusa la fake news che a gestire il ristorante sarebbero ancora i Turetta, cioè i familiari dell’ex fidanzato di Giulia Cecchettin. Il risultato? Lo spiega al Corriere Federico Fesio, attuale proprietario del locale.
“Siamo stati scambiati per la famiglia di Filippo Turetta: da allora riceviamo minacce, insulti, telefonate anonime, recensioni negative al nostro locale e disdette alle prenotazioni. Un uomo ha guidato fin qui da Conegliano – racconta Fesio – Entrato nel locale ha subito iniziato a inveire contro di me e la mia famiglia, convinto fossimo i parenti del ragazzo”.
“Sono venuti qui a inveire contro di me”: bufera sull’ex ristorante della famiglia Turetta
“La prima volta che ho visto su un giornale questa fake news – spiega Fesio – ho pensato che si trattasse semplicemente di un errore. Non credevo avrei avuto ripercussioni. A partire dal giorno stesso invece sono iniziate a comparire recensioni negative al mio locale. Sono fioccati post infamanti sui social. Ho iniziato a ricevere messaggi diffamatori, telefonate anonime vessatorie e decine di disdette ai tavoli. Sabato non sono nemmeno riuscito a lavorare: ho trascorso le ore attaccato al telefono a rispondere alle continue chiamate di chi voleva soltanto insultarmi”.
La famiglia Fesio è stata costretta a contattare le forze dell’ordine e a rivolgersi a un legale. C’è effettiva preoccupazione che queste manifestazioni di odio possano trasformarsi in qualcosa di ancora peggiore. “Non siamo noi a doverci vergognare, come in troppi mi hanno scritto, ma chi in un momento così tragico si permette di insultare gratuitamente senza conoscere la reale situazione”.