La gogna mediatica ha finito per colpire anche chi non c’entrava niente, con furti d’identità e foto diffuse senza consenso. I parenti degli indagati si sono rivolti alla polizia postale
Profili fake, insulti e minacce. I famigliari degli autori dello stupro di gruppo avvenuto su una 19enne al Foro Italico di Palermo venerdì scorso si sono rivolti alla Postale per tutelarsi. Hanno ricevuto, in quest’ultima settimana, diversi messaggi minatori. C’è di più: sono stati creati profili fasulli sui social con i quali gli hacker hanno diffuso le loro foto, e non solo quelle degli indagati. Troppi, per continuare a ignorare. Per questo sono partite le denunce. I parenti degli indagati sono solo le ennesime vittime di una storia dai risvolti sociali tremendi.
In rete si è scatenata infatti una vera e propria gogna mediatica contro i colpevoli. Migliaia di persone hanno condiviso le foto degli indagati, con messaggi che vanno dall’indignazione all’odio puro. Si è arrivati anche all’incitamento alla violenza, alla giustizia privata. Alcune forze politiche di Governo hanno rilanciato, per cavalcare l’onda, la proposta sulla castrazione chimica agli stupratori. Una vera e propria carneficina online, indegna di uno stato di diritto, dove orde di utenti con la bava alla bocca hanno cominciato a chiedere la testa dei colpevoli. E non finisce qui.
Profili fake, insulti e minacce: la gogna mediatica contro i parenti degli indagati
Diversi influencer su Instagram e TikTok stanno sfruttando la storia per posizionarsi meglio e aumentare i propri numeri. Sono spuntati i profili falsi degli indagati, da dove in alcuni casi sono partiti messaggi provocatori. In essi, si sfrutta l’onda dell’indignazione con post nei quali non emerge alcun tipo di pentimento, che hanno ulteriormente fomentato l’odio tra gli utenti. Ma molti di quei post sono stati caricati mentre gli arrestati erano già in carcere, dove non hanno la possibilità di usare il cellulare. Profili che, con tutta probabilità, quando avranno raggiunto certi numeri verranno riconvertiti in altro e ‘fatti fruttare’.
Tutta questa operazione ha avuto il risultato, deleterio per le indagini, di rendere identificabile la vittima, che era stata invece correttamente tutelata da tutta la stampa nazionale. Nel mirino della ‘giustizia del popolo’ è finito anche un 17enne che non c’entrava nulla: la sua unica colpa è di chiamarsi ‘Cristian Maronia’. Un omoinimo di uno degli indagati. Ma al Tribunale del Web questo non importa: tutto, pur di ottenere la propria giustizia.
