“Mi chiamo Antonio Mombelli. Sono maestro elementare di gruppo B. Quarto scatto, coefficiente 271, 19 anni di servizio… era il 5 ottobre, primo giorno di scuola del mio diciannovesimo anno di insegnamento.. era un anno importante per me, tra 6 mesi e 1 giorno avrei avuto diritto al minimo di pensione.. in fondo i maestri sono come i bambini, basta un nulla per farli felici”: probabilmente in pochi avranno riconosciuto in queste prime battute il film Il maestro di Vigevano, insegnante interpretato dal grande Alberto Sordi.
Una pellicola uscita nelle sale cinematografiche italiane nel 1963 con la regia di Elio Petri, soggetto tratto dal romanzo omonimo scritto da Lucio Mastronardi e sceneggiatura adattata dallo stesso regista in collaborazione con il famoso duo di sceneggiatori Age & Scarpelli. Un film prodotto da Dino De Laurentiis con le musiche di Nino Rota e un cast ricco di personaggi molto noti in quel periodo come Alberto Sordi, Claire Bloom, Piero Mazzarella e Guido Spadea.
Il rispetto verso l’insegnante
Quelle frasi che abbiamo riportato all’inizio di questo contenuto sono recitate da Alberto Sordi che per l’occasione interpreta il ruolo del maestro elementare Antonio Mombelli. Per lui sta per iniziare la scuola e deve occuparsi degli alunni che gli sono stati ”assegnati” dal direttore Pereghi (Vito De Taranto). Un film ben diretto, impreziosito dall’interpretazione di Alberto Sordi e di altri importanti attori e che soprattutto si dimostra interessante per poter fare un parallelo su come il ruolo del professore nella struttura sociale sia profondamente cambiato negli ultimi anni.
Un tempo anche un semplice maestro di scuola elementari veniva molto considerato in un piccolo oppure in un grande ambiente come una città e rappresentava una risorsa importante. I genitori gli tributavano il massimo rispetto e pendevano dalle sue labbra per avere informazioni sul comportamento del proprio figlio e su come comportarsi per migliorarne le competenze e l’educazione. La considerazione era talmente elevata che i maestri all’inizio dell’anno litigavano tra di loro per accaparrarsi i “migliori” alunni. Siccome all’epoca i genitori confidavano molto nel ruolo del maestro, spesso e volentieri li omaggiavano nel corso dell’anno scolastico con prodotti e servizi che svolgevano come lavoro. Ad esempio, i maestri in questo film litigano per accaparrarsi i figli di macellai, di pizzicagnoli e di industriali mentre cercano di evitare come la peste i bambini figli di disoccupati che per ovvie ragioni non potevano dare nulla.
“Il maestro di Vigevano”: la pensione dopo 20 anni di insegnamento negli anni ’60
Certamente questa era una brutta abitudine ma che dall’altro lato rimarca la grande considerazione che avevano nella società civile maestri e professori di qualsiasi grado. Inoltre, le parole del maestro Mombelli fanno emergere anche un’altra differenza rispetto ai giorni nostro: negli anni ‘60 si poteva andare in pensione praticamente dopo venti anni di insegnamento, seppure con un importo inferiore. Verrebbe da dire altri tempi e soprattutto che probabilmente si stava meglio quando si stava peggio. Purtroppo l’attuale situazione è anche figlia di qualche esagerazione politica nel “premiare” i lavoratori pubblici e privati. La nostra riflessione è: siamo proprio sicuri che in questi decenni il mondo si sia evoluto? Verrebbe da dire di no se si pensa a tutto quello che succede nel rapporto insegnante – alunno / genitori.
C’è totale mancanza di rispetto e spesso grande maleducazione. Bisogna avere bene a mente cosa eravamo e soprattutto quali sono state le caratteristiche di una società che ha permesso all’Italia di passare dalle rovine della Seconda Guerra Mondiale all’essere quinta potenza economica tra gli anni ’70 e ‘80. Resta il fatto che il film Il maestro di Vigevano è da vedere per tanti motivi, compresa l’ottima interpretazione di Alberto Sordi.