Nato il 7 settembre del 1940, Dario Argento oggi compie 82 anni e quindi tanti auguri al regista, sceneggiatore e produttore cinematografico. Dario è figlio d’arte dell’immagine: la mamma era una famosa fotografa di divi cinematografici (e non solo), il papà era un produttore cinematografico (produsse i primi film del figlio, fino a “Tenebre“, del 1985).

Dario Argento ha dato un’identità culturale al cinema di genere. “Prima di me il cinema di genere non usciva nelle sale, all’estero era sconosciuto. Col mio primo film – “L’uccello dalle piume di cristallo“, del 1970 – ho rotto una barriera che separava il pubblico dal cinema poliziesco, avventuroso, di fantascienza. Ho proposto un cinema diverso. Il film ha dilagato in tutto il mondo, è stato al primo posto negli incassi negli Stati Uniti, cosa mai successa e mai più ripetuta per un film italiano“.

Fu una sorpresa pure per lui però, imprevista. “Lo feci inconsciamente“. La sua intenzione era solo quella di fare un “film ben fatto“. Non cercava di fare “un’operazione culturale molto profonda“, anzi, dopo il successo Dario si sentiva come “in una gabbia“. Lì, “chiuso“, come se fosse stato costretto di continuare a fare quei film richiestissimi.

Gli inizi

dario argento

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Ma prima di ciò Dario era un ragazzo romano che abbandonava il liceo classico al secondo anno per trasferirsi a Parigi, ma solo per un anno. Lavorò, molto, fece il lavapiatti. Tornato in Italia maturò la passione per il cinema espressionista e, dopo aver collaborato nella stesura di diversi copioni, debuttò. Il film dell’esordio creò lo spunto e l’ispirazione per altri progetti futuri.

Le tecniche di ripresa e la maniacalità per i dettagli, accompagnate dalla colonna sonora e dai rumori amplificati, segnavano le linee guida del futuro del regista. Il tutto condito dalla scarsità dei dialoghi, il surrealismo che avvolge i protagonisti, gli sketch umoristici molto in stile hitchcockiano, l’interesse per le psicopatologie e le caratteristiche dell’assassino, la cui descrizione era sempre piuttosto dettagliata.

Dario Argento, “l’Hitchcock italiano

Col tempo Dario si guadagnava il soprannome di “Hitchcock italiano“. Dopo una parentesi molto lontana dal suo genere tornò in Italia. Prima del ritorno, infatti, girò “Le cinque giornate“, del filone ottocentesco popolare, del quale avrebbe dovuto solo occuparsi di produzione e sceneggiatura ma Ugo Tognazzi (inizialmente scritturato come il protagonista) minacciò di abbandonare il set senza la regia di Dario Argento. Fu poi la volta del celebre “Profondo rosso“. Si tratta del suo film di maggior successo, almeno da noi.

Il 1977 aprì le porte all’horror in maniera definitiva con “Suspiria“. Il film è collocato tra le prime opere dell’espressionismo cinematografico. “I film antichi, dell’espressionismo, sono stati le fonti che mi hanno fatto scaturire ‘Suspiria’. Cercavo un’ambientazione nel nord Europa, cercavo un tema di streghe. Un tema poco affrontato nel cinema“.

Le cercò quelle streghe. Altroché, in lungo e in largo: “Ho cominciato a cercarle in Svizzera, in una scuola bizzarra che si trova all’incrocio fra la Francia, la Germania e la stessa Svizzera. Si trova in una specie di tripunta. Aveva molte cose che mi incuriosivano, ma di streghe niente. Le ho cercate nelle grandi e piccole città, non volevo la strega di campagna ma di città. A contatto con i soldi, che frequenta il bel mondo, le belle case. Volevo raccontare queste streghe forti, sicure di sé“.

Sono un po’ schizofrenico

Una volta il Sovrintendente del Teatro Carlo Felice, Maurizio Roi, gli fece notare come il regista avesse un approccio orientale alla vita (“le cose avvengono perché si incrociano, ma sono quasi inevitabili“): “È come se fossi un po’ schizofrenico, in parte. Io ho due personalità: una è quella di Dario Argento che fa i film e ha successo, poi c’è il Dario che vive la realtà. Sono due personalità che non si incontrano spesso, per questo amo fare i viaggi da solo, così posso dialogare con questo famoso Dario Argento. E ci parliamo io e Dario. Ci raccontiamo la nostra vita, lui mi racconta delle storie. Viaggio da solo spessissimo“.

Negli anni Ottanta alternava l’horror al thriller uscendo con “Inferno“, nel 1980, “Tenebre“, due anni dopo, “Phenomena“, del 1985 e “Opera“, del 1987. Dario Argento ha girato altri 4 film negli anni Novanta, 4 negli anni Duemila e uno sia nel 2012, con “Dracula 3D“, che quest’anno, “Occhiali neri“.

Dario Argento: “Penso di essere malato per la narrazione. Sono condannato a narrare…”

Penso di essere malato, è una malattia grave: è quella di raccontare. Io racconto. Sono condannato a raccontare, a narrare, rappresentare. È un male perché sarei forse più felice a non essere condannato a non raccontare sempre.

Quell’istinto del suicidio

Dario ha vissuto qualche mese all’hotel Flora, in via Veneto. Si stava preparando il film “Suspiria“. Il regista in quel periodo ha combattuto il mostro della tentazione del suicidio. Dario raccontò che fece poggiare tutti i mobili alla finestra per evitare di buttarsi da lì. Poi, “improvvisamente“, quasi senza ragione, quella tentazione scompare. “Mettete a posto i mobili, va tutto ok“.

Cosa accadde in lui? Anche nei film, come nel suo libro, c’è l’interrogazione su “qualcosa” che poi scompare. Lo chiedeva Maurizio Roi. “Non so com’è scomparsa la voglia di uccidermi. Semplicemente cominciai a sentirmi più a mio agio con me stesso e con la vita. Non so perché volessi suicidarmi. C’erano situazioni familiari complesse, ma era un grande momento di successo per la mia carriera“.

Ma anche nel privato le cose andavano bene. Dario non era mai solo, aveva amici: “Poi nel corso di quei mesi che avevo questa tentazione, avevo una stanza dedicata alle proiezioni. Venivano attori, registi, amici, andavamo fuori a cena. Era una vita normale, nessuno pensava che avessi questa cosa interiore. E, quando tutti se ne andavano e io restavo solo nella stanza, guardavo la finestra e dicevo: ‘La faccio finita per sempre, tanto quello che dovevo raccontargli gliel’ho raccontato‘”.

…e poi tutto passa. Come le storie d’amore. La parte più bella: la loro fine

Poi è passato così, come un vento che porta via la nebbia. Come altre tentazioni, tipo della droga. Sono arrivate e passate così, senza lasciare traccia nella mia psiche o nel mio modo di vivere. Anche nelle mie storie d’amore racconto che i momenti più belli della mia vita sono quando una storia d’amore finisce. Perché da quel momento si aprono porte nuove, sei pronto a nuove esperienze. Una nuova vita. Sei lì tutto fremente, euforico“.

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