La storia di Margherita Viel, la sarta che chiude l’attività a causa di una quantità di clienti elevatissima: “Basta, non ne potevo più”
Margherita Viel è una di quelle imprenditrici che ha preferito chiudere la sua attività “per troppi clienti”, prediligendo uno stile di vita meno prolifico e remunerativo professionalmente parlando, ma più sano secondo un’ottica più salutare. Scelte singolari, scelte soggettive, quel che sia sia, fatto sta che Margherita non ne poteva più del suo negozietto, aperto per due anni in calle de l’Arseo, a Cannaregio (Venezia). Lo scorso novembre 2023 è stato il mese della definitiva chiusura dell’attività e del cambiamento della sarta. “Ho chiuso a novembre, gli affari andavano, i clienti erano tanti, in alcune giornate arrivavo a prendere anche una trentina di lavori”, ha raccontato lei stessa.
Bello, no? “Però poi bisognava farli – tali lavori (ndr) -. E tra il negozio, i clienti e tutto, diventava difficile conciliare le varie esigenze”. Era arrivata al cosiddetto burnout, ma non senza aver fatto un mea culpa, aver cercato di trovare l’errore in lei e nella sua gestione degli affari.
“Mi sono chiesta più volte dove sbagliassi, forse servivano più persone, con una di loro dedicata alla clientela. Però se ci si pensa bene, è difficile vedere un ciabattino o un sarto ricco. Che si arranchi è forse nella natura del mestiere”.
Troppi lavori, il burnout e la rinascita con focus sul concetto di sostenibilità: “Oggi ci sono pochi sarti, a me piace far tornare utilizzabile una cosa rotta”
Al di là di una mera questione economica, quello della sarta è un lavoro sempre meno diffuso e comunque ciò che le manca è sicuramente il contatto con il pubblico. Oggi non è cambiato molto il suo interesse, che vuole confinare sempre alla sartoria. “Le figure di sarto o sarta sono rimaste poche”. Anche a Venezia, sebbene vi sia ancora qualche realtà esistente, sono sempre minori e progressivamente stanno sparendo. Si segnala il cinese in piazza San Marco e poco altro in zona. Margherita poi sposa il discorso della sostenibilità. La sua vera passione è quella di metterci della creatività nei suoi lavori.
Quindi, ciò che ama fare è quello di
“far tornare utilizzabile una cosa rotta, rendi sostenibile un prodotto che magari è vecchio. Al contrario, invece, non è sostenibile il lavoro, perché alle volte riparare un oggetto costa di più che comprarlo nuovo, per sopravvivere il prezzo dovrebbe essere più alto, ma non tutti potrebbero permetterselo”.
In conclusione, non bisogna tralasciare la manodopera artistica: “La soddisfazione è anche nel lavoro creativo e nella riuscita della riparazione”. Chissà il futuro cosa le riserverà. Al momento non ha chiuso definitivamente con ago e filo:
“Qualche lavoretto lo faccio comunque, su appuntamento posso concentrarmi meglio e poi posso lavorare anche per gli eventi pubblici o privati, collaborando anche con il mondo del cinema o del teatro, mi permettono di esprimere la creatività”.