“Nessuno vuole più lavorare”, denunciano gli imprenditori, incolpando il sussidio del Governo. Ma quando un giovane si presenta al colloquio, ecco cosa si sente dire

Il filmato risale a qualche mese fa, e lo vedete nello spezzone in cui si preannuncia la manovra del governo Meloni, diventata decreto e misura attuata già da settimane: il reddito di cittadinanza è stato tolto per molte famiglie italiane, gli imprenditori si lamentano del fatto che “nessuno vuole più lavorare”, ma cosa offrono gli stessi? Il servizio di Gaetano Pecoraro mira proprio a chiarire questo aspetto: ed è così che il giornalista si intrufola con tanto di telecamere nascoste e attori nelle vesti di aspiranti lavoratori, per carpire le dietrologie contrattuali dietro alla selezione del personale.

Il servizio de Le Iene: il reddito di cittadinanza è il motivo del problema secondo il quale i ragazzi non vogliono lavorare?

Pecoraro cerca di raccontarci la situazione del lavoro in Italia, sia dal punto di vista imprenditoriale, sia da quello del singolo individuo. “Ho dovuto tagliare gli ordini del 25%”, lamenta un agricoltore. Si chiama Giuseppe ed è il capo di una cooperativa che fattura ben 42 milioni di euro al mese. “Prima venivano in massa, ora sembra che ti facciano un favore”. Non è una situazione generalizzata, ci sono anche giovani, se non giovanissimi, che apprezzano lavorare senza usufruire del sussidio. In quel giorno, Pecoraro intervista anche un agricoltore al suo primo giorno di lavoro. Ma dal Sud si passa all’Emilia-Romagna, ed esattamente a Riccione.

“Uno degli epicentri della crisi dei lavoratori che ha investito l’estate italiana”, dice il giornalista del servizio. All’esterno dei locali, è facile trovare avvisi con richieste di lavoro di ristoranti, hotel, stabilimenti, che cercano personale. Pecoraro intervista Angelo e Alessandra, proprietari di un hotel in centro a Riccione. “Abbiamo carenza di personale – denuncia la coppia intervistata – abbiamo buchi in tutti i ruoli”. Qual è il problema? “Nessuno vuole più lavorare”. Anche un’altra titolare, della quale non conosciamo il nome, lamenta la carenza di personale, ampliata da chi c’è già che, dalla sera alla mattina, decide di dare forfait al lavoro e non presentarsi mai più. “Lo ha fatto il nostro cuoco”.

Le paghe: “5 euro l’ora”

Pecoraro però vuol vederci chiaro e, “per capire cosa offrano ai ‘giovani sfaticati'”, il giornalista fa piazzare telecamerine nascoste sugli indumenti degli aspiranti lavoratori e li manda a fare i colloqui, per analizzare bene cosa si celi dietro ai contratti proposti dagli imprenditori. A parte le domande di routine, “hai già lavorato? Età?”, e le risposte, “Sì, ho esperienza. Ho 29 anni”, si entra nel vivo. I turni: “La mattina dalle 7 fino alle 14.30 o 15, la sera dalle 17.30/18 fino alle 21.30/22”. Il giovane evidenza: “12 ore?!”. Lei: “Dipende quanto siete svelti”. Riponendo sempre la palla al lavoratore, quasi fosse un suo problema.

Giorni di riposo? Zero: “Tesoro, io quello che posso offrire è questo”. Stessa dinamica per un altro colloquio, con la differenza che lì ci sono 11 ore di lavoro. Nessun riposo: “Eh, purtroppo c’è da fare un mese e mezzo”. La paga? “Solitamente io do 1.800 euro”, dice la prima. “1.600”, la seconda. Calcoli alla mano, per 11-12 ore di lavoro, parliamo di 5 euro di guadagno all’ora, come sottolinea il giovane. Risposta: “Noi non andiamo a ore, andiamo a forfait del mese”. L’altra imprenditrice: “Questo non è un lavoro che puoi fare a ore”. La colpa è tutta del reddito di cittadinanza. “Prima di questa situazione, c’erano 10-15 persone che cercavano lavoro”. Sono tutti d’accordo, dunque, che il problema sia stata la misura entrata in vigore dal 2019 grazie al Movimento 5 Stelle.

“Il giovane non vuole lavorare per colpa del reddito di cittadinanza”. L’altra faccia della medaglia: lo sfruttamento

Alla fine, però, Pecoraro smaschera i datori di lavoro quando i suoi complici provano a ribellarsi. “Per me è dignitoso guadagnare 7-8 euro l’ora, non questo”. L’imprenditrice lo bolla subito: “Allora ti dico ‘ciao’ e vai a cercare dove vuoi”. C’è anche il marito che ascolta e, alla domanda “come faccio a vivere con 5 euro l’ora?”, risponde così: “Abbiamo già finito di parlare, dai”, voltando le spalle al giovanotto. Poi: “E quante te ne devo dare, 10 euro l’ora?”. Pecoraro pone l’accento sulla differenza delle esternazioni degli imprenditori davanti e dietro la telecamera.

Il lavoro in nero

Altra tematica sviscerata dall’inviato della nota trasmissione Mediaset è il lavoro irregolare. “Chiedono il nero”. Ma poi, quando il ragazzo fa il colloquio, sono loro a imporlo: “Tutto in busta paga?”. Risposta: “Qualcosa dentro e qualcosa fuori, tutti fanno così”. Un’altra imprenditrice prova a fare la furbetta, osservandola da un altro punto di vista: “Vuoi tutte le ore in busta paga? Dopo non ti vengono puliti a quel punto”. Un modo come un altro per dirgli che non gli darebbe mai la stessa cifra pattuita in precedenza. “Ci sono un sacco di trattenute, e se le paghiamo noi andiamo a spendere”.

Il ragazzo parla di “sfruttamento”: “Pensala come vuoi, ho duecentomila ca**i qui dentro”. Il marito: “Se fai così però il lavoro non lo trovi eh”. Quando l’inviato svela di aver mandato un complice al colloquio, e pone la domanda: “Non vengono a lavorare perché proponete 5 euro l’ora?”, parlando di pagamenti in nero, il titolare del posto e la moglie assumono subito un’espressione rigida e mostrano un linguaggio del corpo evidentemente contrariato.

“Pagamenti in nero in che senso? Sono parole che si dicono quando si fa il discorso. E ogni tanto si fa il regalo a questi ragazzi”. Pecoraro non trattiene le risate, l’imprenditore non sa come uscire dall’imbarazzo della situazione. “Ma quale regalo, è lo stipendio. Se lei li paga come dovrebbe, a lavorare ci verrebbero”, sottolinea il giornalista. Non finisce bene con l’ultima imprenditrice, che appare più aggressiva e arriva a raggiungere il giornalista sino alla sua auto, cercando di impossessarsi della telecamera. Insomma: una condizione non semplice da giudicare, lo lasciamo fare a voi. Dove sta la ragione?

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