Arrigo Vecchioni “aveva tante debolezze, insicurezze, incertezze, cosa avrei dovuto fare…”: il ricordo a due mesi dalla morte del figlio

Roberto Vecchioni trova cuore, forza e coraggio di affrontare un tema ancora fresco e parla della morte del figlio Arrigo. Sono passati solo due mesi dalla tragedia della prematura scomparsa del ragazzo, di appena 36 anni. “Arrigo aveva tante meravigliose qualità, in primo luogo la sensibilità”, ricordandolo nell’intervista rilasciata a Veltroni per il Corriere.

C’erano anche “tante debolezze, insicurezze, incertezze” e non era facile trovare il “modo” di fargliele passare. Anzi, il modo proprio non c’era. Tutti aspetti negativi che si rafforzavano nel vedere il successo del papà. L’intervista è lunga, i temi affrontati sono tanti e, nel pezzo redatto da Walter Veltroni, il cantautore si domanda in maniera ricorrente dei quesiti che ripropone in questo contesto: “Che strada prendere? – si chiede – Che errore non fare? Rinunciare ai concerti? Non lo so…”.

Si entra a piedi uniti nel tema e Vecchioni spiega che la morte del ragazzo equivale a “una cesura tra una vita e un’altra, lo è stato ancora di più per mia moglie”. La reazione non è rabbiosa, non urla “all’ingiustizia”. Ed ancora: “Mi viene in mente Eschilo che diceva: ‘Si impara soffrendo’. Forse dalla felicità non si impara un ca**o. Si impara solo soffrendo, sperando di tornare alla felicità”. Tuttavia, razionalizzare certi temi è compito davvero arduo, soprattutto quando lo shock è ancora lì, a due passi. Al momento della notizia cosa è successo?: “È stato il crollo del mondo, dell’universo, ma non di certezze e ideali”. Oggi Arrigo non c’è più fisicamente, ma è rimasta una parte di lui nel papà: “Lo sento dentro fortissimo, mio figlio. Lo sento intensamente, Arrigo, me lo rivedo dentro continuamente”.

Il bipolarismo di Arrigo

È morto Arrigo, il figlio di Roberto Vecchioni Dopo tanto dolore è finalmente in pace

L’artista spiega la condizione che viveva il ragazzo, “era bipolare”. Racconta un episodio, “raccontandolo” come “una metafora”: “Un giorno, tornando dall’ospedale vicino Piacenza dove lui andava a fare terapia, abbiamo preso la Statale per andare a Desenzano ed era piena di autovelox. Gli ho detto: ‘Facciamo una cosa: tu guida, passa, ogni volta che c’è un autovelox te lo dico e tu rallenti'”. Ricorda quei momenti identificandoli con un appellativo chiaro: “La vita”.

“Abbiamo fatto questa strada di corsa e sembrava la vita, proprio. Corsa, corsa corsa e ad ogni autovelox lo fermavo. Quando siamo arrivati lui mi ha abbracciato e mi ha detto: ‘Li abbiamo fottuti tutti, papà'”. Eppure: “Un autovelox ci aveva beccati. Ho tentato di dire: ‘Non è colpa sua, ma mia, guidavo io’. ‘Eh no…’, hanno risposto. ‘… abbiamo visto, prendiamo lui'”. Conclude con un messaggio profondo: “Questa è la morte di mio figlio: gli autovelox della vita”.

Il legame tra padre e figlio sviscerato dall’artista: dietro all’episodio si cela quel “mistero che c’è, dentro un figlio o una figlia, ed è soprattutto quando lo vedi fare cose che non sono nelle tue consuetudini, non sono comprensibili per il tuo essere novecentesco. Lasci fare, ma non capisci. Quello per un figlio è un amore incosciente, non riesci a comprendere perché, ma sai che devi amarlo, sempre”. Nell’intervista, tutto procede di pari passo con alcune frasi di un brano proprio sul figlio, “Figlio chi si è preso il tuo domani /quelli che hanno il mondo nelle mani”, e lo stesso si chiude con una duplice domanda, come fa notare l’ex sindaco della Capitale. “Dimmi dimmi cosa ne sarà di te/ dimmi cosa dimmi cosa ne sarà di me”. Qual è la risposta del cantante ad oggi?

“Lui non lo sapeva, cosa sarebbe stato di sé. Non potevo chiederglielo, però potevo chiedergli cosa ne sarà di me. Nella sua intelligenza avrebbe risposto: ‘Padre non smettere mai di correre per quella strada, perché è la tua vita’. Mi avrebbe risposto così”.

Continua a leggere su Chronist.it